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recensione al volumetto "Le isole lontane" PDF Stampa E-mail

Gazzetta del Sud, 7 gennaio 2009, Le isole poetiche, incantate e magnetiche di Bartolo Cattafi
Un viaggio della scrittura, dallo Stretto e le sue meraviglie alle lontane sponde inglesi


A volte di pensa che i poeti siano capaci di trasmettere il loro sguardo nel mondo e sul mondo solo attraverso i versi. Ma spesso scavando tra gli scritti, narrativi o giornalistici che siano, è possibile trovare scrigni di lirismo e di scrittura di grande spessore. Ne è un esempio il volumetto edito da GBM e curato di Nino Sottile Zumbo dal titolo Le isole lontane. Scritti di Bartolo Cattafi, che raccoglie articoli, descrizioni, brani del grande poeta di Barcellona Pozzo di Gotto, una delle massime figure letterarie del secondo Novecento siciliano e italiano, tradotto non solo in inglese, francese, spagnolo e tedesco ma anche in russo, croato, uscraino, danese e ungherese. Un itinerario tra gli anni Cinquanta e Sessanta ricco di osservazioni, riflessioni, annotazioni storiche, antropologiche, geografiche che si incorciano e dialogano tra di loro e che diventano preziose non solo per i letterati ma per ogni tipo di studiosi. Scritti che, come rileva nella sua introduzione Paolo Maccari, si fanno esempi vividi e mai banali di "giornalismo d'artista". Il viaggio cattafiano parte dall'area «magnetica» dello Stretto di Messina, che diventa «oceano incalcolabile» che divide Sicilia e Calabria «come due persone che si sfiorino, restando dentro di sé remote». La vicinanza fisica che è lontananza, divenendo nell'immaginifico di Cattafi coe due braccia «che si respingono, non ostili, ma desiderosi di distanza». Nel regno di Scilla e Cariddi tutto sembra sospensione, «ravvicinamento precario», una «favola dell'atmosfera», un'autentica «opera di magia».
Nella sua ricerca nell'«infanzia del mondo» il poeta de Le mosche del meriggio e de L'allodola ottombrina trova momenti di suggestione e di passione navigando lungo le sette sorelle, le isole Eolie, che cambiano forma e colore al passaggio della nave, e dove si intravvedono – così come accade per Salina – i solchi della natura, che sono rughe, ferite, screpolature, "ulcere", chiazze rossobrune, «una mostra di strisce rosa salmone».
I racconti-saggi di Cattafi diventano piccoli reportage che testimoniano le trasformazioni che stavano vivendo le altre isole eoliane (Lipari, Alicudi, Filicudi), così come Ustica, Marettimo, Pantelleria, Favignana, Lampedusa, Linosa. Da scogli disabitati avvolti dal vento e dalla solitudine, lentamente – con tutti i lati oscuri della modernizzazione forzata – stavano per diventare mete di attenzione turistica nazionale e internazionale, soprattutto dopo il successo di film come Vulcano e Stromboli, o dei documentari di De Seta. Il "miraggio del turismo" conviveva con la realtà dei pescatori, dei "confinati" isolani, delle tonnare e dell'industria conserviera che le isole minori siciliane avevano come patrimonio antico e che stavano perdendo davanti ai nuovi processi produttivi internazionali.
Il libro raccoglie nel suo "Trittico montano" anche scritti su alcuni borghi montani del messinese: Castroreale con il panorama che «mozza il fiato per bellezza e vastità» e dove il castello s'era trasformato in ostello per la gioventù vivacizzato dalle fanciulle d'oltralpe che raccolgono sensazioni da conservare nel «dolce barattolo della memoria»; santa lucia del mela, dove volteggiano «uccelli d'abisso» e leggende, il «sapido impasto di pagano e di cristiano», la voce di Modugno con gli echi di Federico II; Rometta, sorvolata dai «romanzi che le nuvole, il sole e i venti di continuo intessono».
Lo sguardo penetra infine nel mondo anglosassone, autentica passione del poeta siciliano, che intitolò non a caso la sua seconda silloge "Partenza da Greenwich". Londra e l'ordinata campagna inglese» sono due esempi di questo feeling con il paesaggio, il costume e «l'isola mentale inglese». La Manica si veste di spazio enorme, «oceano, dostanza metafisica da una terra, da una storia, da una civiltà, da un costume che sia chiamano Europa».
Come il suo stretto, sembra unire e dividere terre e acque, miti e orizzonti che hanno il sapore della grande storia, dell'autentica poesia. Sergio Di Giacomo


la Repubblica, 4 febbraio 2009, Le isole di Cattafi vetrina del mondo
I reportage del poeta per "L'Ora" pubblicati in un volume

«È bello sbarcare a Londra in un'ora non di punta, in una grande e accogliente stazione, e poterne gustare gli aspetti minuti, il facchino in ozio che si gratta la testa, che accende la sigaretta dopo aver bevuto il suo ultimo té, il passeggero senza fretta che monta sulla bilancia». Bartolo Cattafi, il poeta sbarcato a Greenwich nel 1952 per un reportage per i quotidiano "L'Ora" descriveva così le prime impressioni del suo arrivo a Londra. La guerra è finita da soli sette anni, e si deve accontentare di dormire in un "albergo della gioventù". «questi hostels – scrive Cattafi – sono disseminati un po' dappertutto in Europa, in essi c'è un minimo di comforts e lo studente giramondo può trovarvi un materasso e un sandwich per pochi spiccioli».
Certo, a leggere oggi delle lunghe file di letti in cui si veniva alloggiati si ha più l'idea del ricovero o del pubblico dormitorio che di un luogo dotato di comfort e la descrizione dei bagni rinfranca ancor meno: era conveniente frequentarli la mattina presto, prima che la segatura buttata per terra diventasse fanghiglia. Tutto l'ostello della gioventù porta ancora i segni di un'inquietudine non placata. «Tedeschi, inglesi, negri, svedesi, italiani, francesi, svizzeri, ex bombardatori ed ex bombardati, vinti, vincitori e neutrali, giovani uomini d'europa e del mondo, biondi e bruni, bianchi e neri ci incontrammo tutti in quell'atmosfera da gelida emergenza (...). Una lunga fila di rossi estintori e di secchi colmi di sabbia stavano anch'essi in attesa. L'attesa del fuoco, dell'ra X, del panico, della morte? Ma la guerra non è finita, e orami d sette anni, perché ancora gli entintori e la sabbia e gli incubi?».
Con tratti veloci ma di grande incisività, sfruttando notazioni minime della più normale quotidianità e dotte citazioni storiche, sbozzando in poche righe ritratti di personaggi notevoli, incontri inconsueti, scorci di paesaggio di grande impatto visivo, i reportage di Bartolo Cattafi raccontavano terre geograficamente piuttosto vicine ma psicologicamente lontane. In attesa che un Meridiano li raccolga, insieme con tutta la sua produzione poetia, l'editore GBM di Messina ne ha messo insieme una silloge, riunendoli appunto sotto il titolo di Le isole lontane. Si tratta di un volumetto elegante, di piccolo formato quadrato, della collana 'Opuscoli di Ethos', in cui i testi si alternano a fotografie, molte dello stesso Cattafi.
Il libro interessa per il carattere di documento indirizzato al lettore affezionato all'opera del poeta barcellonese, che ritroverà puntuali convergenze tra la prosa giornalistica e la produzione poetica. Ma anche il lettore comune, in questa sorta di viaggio archeologico, ritroverà i luoghi del tutto conosciuti, editi, familiari al suo sguardo, narrati all'impronta da una prospettiva che diventa inedita anche per la distanza temporale che ci separa da quando sono stati scritti. Accanto a tre reportage dall'Inghilterra scritti per "L'Ora", troviamo uno scritto sullo Stretto di Messina e sulle Eolie, apparso come introduzione al volume fotografico di Alfredo Camisa pubblicato dall'Automobil Club nel 1961. E poi il reportage che dà il titolo alla raccolta GBM , "Le isole lontane"  appunto, pubblicato nel 1955 nella rivista della Pirelli. Si tratta di un viaggio attraverso tutte le isole che gravitano intorno alla Sicilia: dalle Eolie alle Egadi, a Linosa, a Lampedusa e Pantelleria. Visitate una dietro l'altra in rapida successione, con lo sguardo stupito che si scopre guardando oggi Stromboli terra di Dio di Rossellini, L'avventura di Antonioni, Vulcano con Anna Magnani. Spazi altri si hanno davanti, isole dal profilo diverso rispetto a quello a cui siamo assuefatti, interessanti per motivi antropologici e sociologici, non tanto turistici. Allora erano appunto isole marginali, terre d'emigrazione soprattutto, abbandonate a se stesse. Cinema e giornalismo le andavano scoprendo per la prima volta.
Scrive cattafi di Salina: «Nel secolo scorso tutto vi andava a gonfie vele; l'isola aveva una flotta propria, 7.000 abitanti, moltissimi vigneti. Velieri andavano e venivano, imbarcavano vino comune, vino, malvasia, capperi, uva passa per tutti i mercati. Nel 1890 venne la sciagura (...). Si chiamava Philloxera Vastatrix, fillossera della vite. Le bastò un anno per uccidere i vigneti. I velieri, all'infuori dei capperi, non sapevano più cosa importare e se ne andarono per sempre. Se ne andarono per sempre anche molti uomini, a cercare miglior fortuna  in America e in Australia». Il vuoto lasciato dai vigneti viene colmato dalla macchia mediterranea. Gli abitanti rimasti vengono descritti da Cattafi come pionieri alla rovescia: «Non marciano verso zone con l'Eldorado davanti agli occhi, retrocedono, resistono senza speranza all'inselvatichemento della loro isola; ginestre, eriche, felci li stringono sempre d'assedio».
Allo stesso modo, la povertà di Linosa viene tratteggiata con pochi tratti incisivi. Isola magra, viene detta, in cui non si beve latte perché viene lasciato ai vitellini, per portare avanti l'unica atività economica: l'allevamento. Il pane a Linosa viene fatto ogni venti giorni, tale è la povertà, perché se ammuffisce viene meno voglia di mangiarne, e così si risparmia. Gli abitanti chiedono «ma perché il governo non ci fa sloggiare e non ci porta in un posto migliore? Perché dobbiamo continuare a patire su questo scoglio?».
Ma è certamente il reportage su Lipari e sull'attività estrattiva della pomice il lavoro più riuscito. È intitolato "La montagna leggera", scritta per la 'Pirelli'. La rivista aveva i suoi interessi a commissionare un tale lavoro. Strumentazioni Pirelli, puntualmente citate e descritte da Cattafi, venivano adottate dalle ditte che estraevano la pomice. Sono soprattutto i respiratori che venivano dati in dotazione agli operai per combattere il rischio, molto presente, di silicosi polmonare. Il reportage si fa puntuale relazione tecnica. Con grande precisione vengono presi in considerazione i cicli di lavorazione, le tecniche estrattive, i già citati rischi per la salute dei lavoratori, le gesta dei personaggi quali Cristoforo I., fedele operaio della ditta con mansioni di capotaglia, che racconta i percioli del suo lavoro, issato anche 15 metri d'altezza a picconare le pareti per farle crollare al suolo. La relazione di viaggio diventa approfondito e completo studio sociologico a spiccata vocazione industriale. La prosa si fa precisa, puntuale, approfondita. Meno impressionistica. Il reportage consente di ricostruire tecniche e cicli dilavoro. Diventa documento, presiosa ricostruzione. E ti si piantano negli occhi, anche in questo caso, certe immagini. Le bellissime foto di Cecilia Mangini. Suo è un ampio servizio del 1950 sui lavoratori della pomice di notevole valore documentarioe sociale. Mario Valentini

 

 




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