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recensione al romanzo "Saravà" PDF Stampa E-mail
blog girodivite.it, 21 settembre 2006, Saravà: racconto realistico e magico d'emigrazione, da Regalbuto al Brasile

L’ultimo romanzo di Sal Costa, Saravà racconta la storia di Carmelo Liquò che da Regalbuto, nella seconda metà dell’ottocento emigra in Brasile. L’odissea di questo personaggio che da suonatore di tromba nella banda del paese, va a fare il coltivatore di caffé in Brasile, dove per vari casi si arricchisce, poi perde tutto e ritorna al paese nuovamente povero, suonatore ed ebanista così com’era stato è magistralmente intrecciata in sequenze scorrevoli e piacevoli da Sal Costa.
Carmelo sperimenta la fame e il benessere, l’amicizia e l’inganno, l’illusione e il disincanto, in una vita nella quale si adatta a tutto e sopravvive grazie alla scaltrezza sicula che gli fa intuire ed evitare i pericoli e alla maestria che lo sostiene in qualunque lavoro ed evenienza. Ma nella narrazione c’è di più e di notevolmente bello e interessante: la storia dei suoi fratelli, dei negri e di tante figure ben caratterizzate. l tutto scorre sotto i cieli diversi di due periferie, due sud del mondo con tratti speculari: il latifondo, i notabili e i coronéis e il sudore dei contadini e degli schiavi; un’umanità varia che popola case d’appuntamento a Catania così come visita i bordelli di Bahia; gli Orixas, dei del Condomblè che i brasiliani adorano con riti dai tratti dionisiaci e la processione di San Vito, a Regalbuto, momento di socialità paesana, liberatoria e di ritrovamento delle radici identitarie.
La piccola cittadina ennese viene ripresa in un arco temporale che va dalla cacciata dei Borboni al Fascismo: di gran presa è il ritratto di un maggiorente del paese, Don Gaetano, un Gesualdo verghiano, dai modi grossolani di contadino arricchito che ha sposato una nobile decaduta, che intrattiene rapporti umani e stipula matrimoni alla stessa maniera di come traffica in olive. Il Brasile invece è quello pre-moderno, assetato di conoscenze e novità, che tutto ciò che viene da fuori (cultura, esperienze, mentalità) digerisce, metabolizza e ricrea con tratti e caratteristiche singolari che renderanno la sua storia unica e originale. Ma il romanzo pur delineandosi nella temporalità e la storia muovendosi dichiaratamente nel flusso irrepetibile degli eventi, ha una struttura circolare nella quale si adombra una visione ciclica della vita: il racconto si apre e si chiude a Regalbuto, dove inizia e si conclude l’esistenza del protagonista, dove la morte viene descritta come nuova nascita. Non solo, ma sovrintende al protagonismo dei personaggi, che sembrano artefici delle loro scelte, un fatalismo sempre presente. E questi due ultimi caratteri, destino e vita come costante ritorno di ciò che è sempre stato, sono sostrati profondi della mentalità e della cultura siciliana ma anche ‘contenuto’ religioso di quelle divinità brasiliane di cui Carmelo, nel romanzo di Sal Costa, diventa interprete e compare. Silvestro Livolsi



Gazzetta del Sud, 22 giugno 2006, Un povero cencioso Ulisse in cerca del senso della vita

È uscito da poco l’utlimo romanzo di Sal Costa, Saravà (GBM editore, 2006). E sono contento che sia in libreria, con una bella copertina, perché ne ho seguito l’excursus con una certa partecipazione, avendone immediatamente recepito la bella qualità, di un filo narrativo che coinvolge, di una scrittura dal tratto seducente. [...]
Paolo Casucelli
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Stilos, 20 giugno 2006, Dalla Sicilia in Brasile andata e ritorno

Un viaggio segnato dal destino, che disegna una parabola esistenziale: da un’immobile Sicilia post-borbonica, verghiana e brancatiana, al Brasile pre-samba, autentico e affascinante, violento e irresistibile, coi suoi umori vitali e sanguigni, la natura straordinariamente generosa, le difficoltà del vivere. Un pezzo di Sicilia (metafora di un’Italia che sembra immutabile) trapiantato nel Brasile delle fazende e dei coroneis, i grandi produttori di caffè; un Brasile che sta per aprirsi alla modernità – San Paolo, Rio de Janeiro, e soprattutto Bahia: quel «ricettacolo di ricconi, dov’era tutto un incrocio di diamanti, oro, cacao e di quel nuovo oro che pareva essere il petrolio» - ma ancora arretrato e ancorato a tradizioni che odorano di Africa Nera: le ammalianti celebrazioni del Candomblè, i loro indecifrabili rituali, dedicati agli Orixás, divinità africane trapiantate in Brasile all’epoca della tratta degli schiavi. Ecco le coordinate del caleidoscopico e vitalissimo scenario entro cui si snoda Saravà. Dalla sua Regalbuto, il giovane ebanista Carmelo Liquò (sagace, curioso, incapace di stare al posto suo) - spinto dalle necessità economiche, incoraggiato da uno zio, un ex-garibaldino deluso dal Risorgimento tradito - inizia inconsapevolmente un rocambolesco, inimmaginabile percorso di formazione che lo farà approdare a Bahia, dei cui salotti buoni diventerà il musicista, per poi ritornare in Sicilia, dove si rifarà una nuova vita, dopo aver appreso della morte della moglie, che non aveva mai potuto raggiungerlo. Carmelo conosce la faccia triste del Brasile, i coroneis ed i loro tirapiedi, aguzzini che sfruttano gli immigrati; conosce i negri, le loro condizioni di inferiorità, malgrado la schiavitù sia abolita da anni. Incontra Mirinhão, un negro gigantesco, di grande umanità, che diventa suo amico fedele, quasi un controcanto nella parabola di Carmelo. Poi comincia «l’avventura da São Paulo a Rio de Janeiro col fiato di un cacciatore di taglie sul collo». E di lì la rocambolesca fuga a Bahia, i riti del Candomblè, cui Carmelo viene iniziato dal carismatico e fascinoso Pãe de Santos, ovvero il Babalaô, uno stregone negro che tanto ricorda Jubiabà, il sommo incantatore nero protagonista dell’omonimo romanzo del grande cantore di Bahia: Jorge Amado. Carmelo entra in contatto con Exu, il messaggero degli Orixàs, soprannominato “il Compare” e incarnato in una negra «con voce da uomo, di quelli con due attributi così»; ne diventa alleato, «compare» (Egun), poiché è scritto che debba attirarsi la benevolenza degli Orixàs… L’odissea di Carmelo è popolata da un campionario di varia umanità, entro cui vorticano le pale multicolori della girandola della vita (la passione, l’amore, il dolore, l’inganno, l’ipocrisia, l’amicizia, la solidarietà, la meschinità, la cattiveria, il gusto dell’avventura…). Saravà è un saluto, una benedizione e un ossequio, una favola intessuta di sicilitudine ed esoterismo, realistica e visionaria al tempo stesso, con la quale Sal Costa compie un viaggio leggero e ironico, appassionante e malinconico. È un romanzo agile e ispirato, raccontato con un linguaggio fedele alla trama, ma lontano dagli stereotipi. Un romanzo scritto in terza persona, ma in cui spesso irrompe anche la seconda, ad adottare il punto di vista del personaggio del momento, come in un repentino cambiamento dell’obiettivo di una macchina da presa, quasi che l’autore sia rincorso dall’intreccio. Un romanzo che cerca di raccontare la vita, di avvolgere il flusso di azioni, pensieri e sogni di un intero vissuto nella cappa della narrazione. E, come dopo una navigazione di lungo cabotaggio, prova a travalicarla, la vita, ad accoglierne la deriva, in una sorta di gara con la vita stessa, che è poi tra le ragioni della scrittura letteraria. Dopo essere stato quasi «un brasiliano che cammina per strada», Carmelo torna finalmente in Sicilia, a chiudere un cerchio, il primo: la ripresa di una tranquilla, vacua esistenza, con una nuova, occasionale compagna, con i vecchi e nuovi figli. Ma il destino di Carmelo apre un secondo cerchio, quello della rinascita, di un’altra vita; dopo un sorprendente, inaspettato incontro con Exu, che questa volta ha scelto un uomo, con quegli stessi «occhi da negra bugiarda» che a Bahia avevano stregato Carmelo: «Ti porto a nascere, mio buon Egun. Questa è la buona novella… Sentirai solo un tonfo sordo, dentro la testa, e poi il buio… Quando rivedrai la luce, avrai una vagina attorno al collo… Io sarò con te… e ti saluterò, Saravà. Tu non troverai le parole e mi risponderai con un vagito». E la rinascita del protagonista sembra incarnare la metafora di una realistica, minimale speranza: entro una splendida cornice metafisica, lo sguardo dell’autore si diverte a penetrare il sogno, ad oltrepassarlo, appassionatamente e tenacemente rivolto ad un futuro diverso. Giuseppe Giglio
 




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