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recensione al romanzo "Eraclito e il muro" PDF Stampa E-mail
Writers Magazine Italia n. 11, maggio 2008

Si parla di Matteo Micciché, musicista fallito ormai dedito alla carriera di critico musicale, o meglio di stroncatore. Niente di grave, se non fosse che entro pochi mesi debutterà al Teatro dell’Opera cittadino la nipote dell’avvocato Gaetano La Russa (detto Don Tano…) l'uomo più influente del paese… E passi anche questo, non fosse che il Teatro dell’Opera è in attesa di ricevere fondi. E quando si tratta di fondi, la faccenda si complica. Bisogna evitare la stroncatura… Con rimedi estremi. Qui mi fermo. Per sapere come andrà a finire il povero Micciché occorre leggersi tutto il romanzo dagli ingredienti a metà tra il solito e l’inusuale: potenti prepotenti provvisti di nipoti predilette, storie d’amore stroncate sul nascere, vendette architettate con diabolica precisione e persino con l’aiuto di un Fato dotato di senso dell’umorismo, case di cura, psichiatri, cappelli a larga tesa e coppole (inteso proprio come coppola, non come metafora di individuo mafioso…). Il tutto raccontato, e qui si arriva allo stile narrativo, con umorismo e a tratti con un uso del dialetto che ci riporta nella Sicilia dei romanzi di Camilleri privi di Montalbano. A mio avviso i migliori dello scrittore siciliano. Ma in Eraclito e il muro c’è un elemento in più che accompagna la lettura di chi ha l’udito più fino: la musica, di cui si parla nel bene o nel male, e che in quella scena del ballo diventa addirittura elemento fondamentale della narrazione, nemmeno fossimo noi impegnati nella danza… D’altronde non potrebbe essere altrimenti, in un romanzo che vede un critico musicale come protagonista scritto da una musicista… Dimenticavo un ultimo particolare: la figura del critico Matteo Miccichè. Chi scrive o cerca di produrre opere dell’ingegno sa bene cosa significhi entrare o meno nelle grazie di un critico, e sa ancora meglio quanti siano i critici frustrati che si adattano al mestiere più infame della Terra perché non sono entrati nell’Olimpo degli artisti. In questo caso, però, il critico in questione fa quasi tenerezza e riesce persino a costringerci in un’impresa impossibile a credersi: riusciamo a tifare per lui, e davanti alla sua ultima stroncatura non possiamo fare a meno di provare un sottile piacere… Varrebbe la pena leggere il romanzo e farlo leggere a tutti i critici dotati di senso dell’umorismo (pochi, a quanto ne so…) solo per questo motivo. Giuliana Dea


progettobabele.it, 25 marzo 2008

Un delizioso ritratto di provincia siciliana anni settanta, dove l'avvocato del paese Don Tano, tesse le sue trame per far debuttare la nipote soprano lirico e far arrivare fondi per la stagione al teatro locale. Il nemico è il critico teatrale Matteo Micciché, che, nonostante le origini siciliane, è torinese, che dev'essere neutralizzato attraverso una rete fatta di furbizia, favori e falsità. Il piano si rivelerà fallimentare, mentre il muro del teatro diventa il testimone delle voci della vicenda. Il tutto è narrato con il tono leggero della commedia, fra i paesaggi ed il linguaggio di una Sicilia che è specchio di quella realtà italiana fatta di quei clientelismi presenti a tutti i livelli, che impantanano il paese nell'immobilismo totale. Lo stile comunque cattura il lettore, che segue, come seguirebbe un andante con brio, il ritmo della narrazione. Alessandra Spagnolo


Le voci della luna, 8 marzo 2008

Il figlio di un emigrante siciliano a Torino, decide sotto la spinta dei genitori, di tornare al paese paterno, un borgo siciliano isolato e rigoglioso. La storia lo coglie ormai quasi all’età della pensione: dopo aver abbandonato per mancanza di talento la carriera di pianista, si è adattato a divenire il critico teatrale del Gazzettino del paese, e per una sorta di ripicca verso il palcoscenico, si esercita in imbarazzanti stroncature. Altero e dal piglio aristocratico, si muove per il borgo ostentando i suoi tratti nordici “da antico invasore”, quasi a non volersi confondere con la gente del luogo, cui concede quasi nessuna confidenza. Un personaggio eccentrico e solitario, che da subito attira con la sua intransigenza l’odio della gente comune – convinta di una sua aura da jettatore – e quella dei potenti, cui egli rifiuta di professare obbedienza. Un intrigo viene ordito ai suoi danni, ma la storia si dipana poco a poco, inseguendo i pezzi di un grande puzzle che si dispiegherà solo alla fine, e forse completamente neanche allora. Una “storia minima” senza grandi personalità, senza eccessi né sbavature, narrata però con una sapienza di questa “medietà” davvero incantevole. A parte qualche stereotipo tipicamente siciliano – dai cannoli al tratteggiamento delle figure femminili – il romanzo rappresenta una prova di grande talento esecutivo. Da brava concertista, l’autrice sa usare levigatezza e scorrevolezza alternando registro comico e malinconico, in una girandola piacevolissima, con echi evidenti al giallo classico isolano, ma anche a certa letteratura ottocentesca, per primo il Vittorio Imbriani di Dio ne scampi dagli Orsenigo. Questa prova d’esordio è un esempio di come scrivere facile sia la cosa più difficile: con una storia semplice, dei personaggi quasi scontati, delle ambientazioni più che sfruttate e un sottile filo rosso di mafia che percorre lo sfondo di queste vite, il romanzo riesce lo stesso a far combaciare il tutto con rara maestria, regalandoci anche una sospensione d’incredulità che avvince fino all’ultima pagina. I personaggi si muovono in una Sicilia senza tempo, calata in un immobilismo proverbiale, adagiati nelle scelte che altri fanno per loro, quasi ad incarnare degli archetipi in maniera consapevole e, proprio per questo, sfuggente. Un lato di inafferrabile irrequietezza infatti agita anche lo stile, che insegue come l’occhio di una telecamera gli attori di una recita consapevolmente “banale” ma perciò ancora più intrigante. I capitoli prendono il nome di esecuzioni musicali, e tutto il libro è imperniato su un andante mosso e leggero che alterna descrizioni paesaggistiche ad interni domestici, non dimenticando lo sguardo indagatore degli abitanti, altrettanti punti di vista che esprimono il “senso comune” di sapere ma fare finta di non sapere, poiché «la lingua nun havi l’ossa e rumpi l’ossa». Chiara Cretella


cristinabove.splinder.com, 18 marzo 2008

Ho dovuto soffermarmi sul libro di Cinzia Pierangelini, più di quello che avrei immaginato, per due ottime ragioni, la prima è che ho voluto cogliere al meglio la trama e i dialoghi in dialetto, la seconda è che mi è piaciuto sviscerare bene le tematiche filosofiche che l’Autrice offre come controparte (dovrei dire contrappunto visto che è anche una valente violinista ed insegnante di musica) alla vicenda narrata. Il protagonista vive in pieno la dicotomia schizofrenica di chi si trova a dover affrontare un contesto esistenziale fatto di ipocrisie e formalismi decadenti. È la stessa impossibilità di sfuggire a logiche che non appartengono al proprio pensiero quella che scatena in lui, critico musicale, il rigore spesso eccessivo con cui stronca giovani artisti e rappresentazioni teatrali. Inviso ai benpensanti maggiorenti, si trova a tu per tu con la consorteria più bieca, ed ecco che la depressione latente si scatena e lo riduce a vittima di un ricovero in una casa di cura per malattie mentali. E qui, mentre il suo intelletto torna ad essere lucido, rispetto forse all’interazione quotidiana con gli altri malati di mente, ecco che si profila però una perfidia che sfocia in un progetto di vendetta. Non vi anticipo altro, perché il romanzo si dipana con tratti “gialli” che sono ancora un motivo in più per leggere il libro. Il muro? Il muro è una metafora, reale per quanto riguarda gli abitanti che lo adoperano alla maniera di Pasquino , per pettegolare e sferzare la vittima di turno, con graffianti scritte e pesanti lazzi, nonché illazioni sul comportamento del tale o della tal altra. Ma questo non fa altro che aggiungere un disperato senso di solitudine al protagonista, che, come Eraclito, si trova a constatare che apparentemente tutto cambia, ma inesorabilmente nulla cambia. Un ottimo libro, letto con grande piacere e che vivamente consiglio. Cristina Bove


libriescrittori.com, 28 gennaio 2008

In uno sconosciuto, ma tipico borgo siciliano, Matteo Micciché, critico musicale dal carattere astioso, commenta sul quotidiano locale gli spettacoli rappresentati nel teatro comunale. Sempre pronto a stroncare, crea intorno a sé una cordiale antipatia, che coinvolge non solo i musicisti e gli artisti, ma anche l’avvocato che detta, come un puparo, le leggi non scritte del paese e la cui passione per il teatro non è solamente artistica. L’insofferenza del critico non riguarda solo la presunta scarsa qualità delle rappresentazioni, ma anche il mondo in cui si trova a operare, dominato da regole tanto ferree quanto impalpabili che non comprende fino in fondo e alle quali non intende assoggettarsi. A seguito di uno scambio di cappelli, la solitudine in cui vive Micciché finisce con l’assumere il significato di una vera emarginazione e insinua nella sua mente idee persecutorie che lo faranno uscire di senno. Durante il ricovero presso una casa di cura, per l’interesse di chi lo vuole lontano dal teatro, il critico apprende il concetto di solitudine ma anche di crescita interiore. Lontano dal mondo dei “sani” ritrova se stesso e la sua libertà; e si innamora, per la prima volta, di un’altra vittima della stessa società che ha punito lui. Ci sarà un tentativo di rinascita, dunque, ma alla fine…


La Sesia, 2 ottobre 2006

In uno sconosciuto, ma tipico paese siciliano, Matteo Micciché, critico musicale dal carattere astioso, commenta sul locale quotidiano gli spettacoli lirici rappresentati nel teatro comunale. Sempre pronto a denigrare, a stroncare, crea intorno a sé una corrente di generale antipatia, che è costituita non solo dai musicisti e dagli artisti, ma anche da alcuni notabili la cui passione per il teatro non è solamente artistica. L’insofferenza del critico non è solo per la scarsa qualità delle rappresentazioni, ma anche per il mondo in cui si trova a operare, dominato da regole ferree imposte da un ras locale, alle quali non intende assoggettarsi. A seguito di uno scambio di cappelli, vicenda in sé insignificante agli occhi dei più, la solitudine in cui vive Micciché finisce con l’assumere il significato di una sua emarginazione e instilla nella sua mente idee persecutorie che lo faranno uscire di senno. Durante il ricovero presso una casa di cura, per l’interesse di chi lo vuole lontano dal teatro, il critico recepisce il concetto di solitudine come la rivincita della mente sulle consuetudini, su tutto quel paradigma su cui basa la società, su quell’insieme di convenienze, illusioni e disillusioni che regolano il vivere quotidiano. Lontano dal mondo dei “sani” ritrova se stesso e la sua libertà; non solo, perché lui che era considerato un misogino, si innamora di un’altra vittima della società. In clinica, però, chi comanda non è pazzo e per motivi che non sto a descrivere, ma che lascio al piacere della lettura, questa relazione verrà forzatamente interrotta, con la definitiva rottura di Micciché dalla realtà imposta. Ci sarà un tentativo di vendicarsi, che in parte riuscirà, ma alla fine nulla cambia, per quanti avvenimenti possano accadere. E in questo assunto, proprio anche del principe Salina nello stupendo Gattopardo, si trova la forza di questo romanzo in cui è ben rappresentata la condizione umana, che non è tipica solo del paese in questione, ma è propria di ogni struttura creata dall’uomo. Sintomatico al riguardo è il mondo della clinica degli alienati mentali, liberi in quanto tolti dal mondo dei sani. Del resto, anche lo stesso titolo richiama questo concetto di immutabilità. Eraclito, il filosofo greco, era un contestatore di altri tempi e come tale condannato a vivere isolato. Il muro è il sipario su cui si sfogano i graffitari del paese, scrivendo notizie più o meno vere; di tanto in tanto viene imbiancato, ma poi, subito, è nuovamente imbrattato. Opera prima, come romanzo, di Cinzia Pierangelini, Eraclito e il muro è un esordio di classe, sia per la tematica trattata (bastino i riferimenti a Tomasi di Lampedusa), sia per lo svolgimento. Può sembrare azzardato cercare anche altri paragoni con illustri autori, ma certi modi di riflettere su circostanze, su eventi, inseriti nella narrazione senza con ciò gravarla, mi ricordano quel dialogare sospeso fra scrittore e lettore proprio di Stendhal, soprattutto ne Il rosso e il nero. Il ricorso a parole e a frasi in dialetto siculo, per lo più come incisi, hanno la capacità di rafforzare il concetto senza che si crei sovrabbondanza. Insomma, è un romanzo che si legge che è un piacere, anzi, oserei dire, che si divora, complice anche una certa tensione tipica del thriller, pur se giallo non è. E poi ci sono delle bellissime descrizioni di questo paese, quasi dei quadri dipinti a parole, per non parlare di certe felici intuizioni creative, come il concorso per pianoforte del Micciché giovane, con quella tastiera che gli fugge davanti agli occhi e alle mani come una zebra africana, o come il motivo del ritardo del treno che arriva da Palermo, una piccola chicca filosofica. Remo Bassini


Gazzetta del sud, 10 novembre 2006, Se quel critico è un musicista fallito

La scrittura fluida come l’acqua per raccontare una storia siciliana, rancori, certe furbizie aggressive e “agguati” psicologici. E personaggi come metafore che li vedi, quasi caricature che parlano e confabulano, tramano con un intercalare cha la formidabile eco della quotidianità di una qualunque cittadina dell’isola. E poi c’è un muro, anzi il muro, di un teatro (vero) che diventa la sentinella, il cartellone, il grido o ancora una voce qualunque tra le tante d’una piccola comunità che tira a campare con canagliate e meschinità. Questo è lo scenario scelto dalla scrittrice messinese Cinzia Pierangelini per il suo primo romanzo, avendo già alle spalle altre esperienze narrative strutturate in forma di racconto.
Nella vita, Cinzia Pierangelini è soprattutto una musicista e nessuno sa se è solo un caso la circostanza che il protagonista di questa storia sia critico musicale, il dottor Matteo Micchiché, che: “non aveva né moglie né famiglia e si era tentati di pensare che non avesse neanche casa, perché il suo tempo lo passava tutto a seguire gli spettacoli della città…”. Da sottolineare, per dovere di cronaca, che il dottor Micciché era diventato critico suo malgrado, non potendo ambire ad alto perché come musicista s’era rivelato un fallimento. E questo rospo non lo aveva mai mandato giù. Ecco il motivo del rancore, della sua acredine verso chiunque calacasse il palcoscenico di quel teatro circondato al muro-sentinella-cartellone. Ma il nostro Micciché non ha mano libera. Il potente del luogo che ordina e dispensa aperitivi e caffè spaparanzato al tavolino del bar, lo disprezza, fa comunella con i soliti conoscenti, col prete e perfino con il caporedattore del giornale per cui scrive Micciché. Ce l’ha a morte con lui perché ogni articolo pubblicato sul “Gazzettino” è una rasoiata che strappa tutti i sipari che calano sul palco dove si esibiscono i suoi “protetti”. E gliel giura, soprattutto dopo che il malcapitato critico stronca anche la nipote prediletta Sonia. Qualche tempo dopo un cappello “sparito” farà smarrire il senno al disgraziato Micciché che si sentirà sopraffatto dalla paura. Guarirà, scoprirà un’altra dimensione esistenziale comunque pagherà anche questa, stritolato dal paese e da se stesso. Questo, dunque, il personaggio su cui ruota il racconto. Questo l’uomo attraverso il quale passano le piccole storie d’una Sicilia degli anni settanta, un paese che percepisci ancora in bianco e nero, dove la chiacchiera è sovrana, l’ipocrisia è abitudine, e nel quale sfabilla pure certa saggezza grossolana e bislacca tra brevi e ingenue incursioni mafioseggianti. Cinzia Pieranglini ricostruisce questo microcosmo con tratto tragicomico, talvolta con compiaciuta ironia e con una prorompente caratterizzazione dei personaggi in un lavoro di sedimentazione godibile. Antonio Prestifilippo


La Sicilia, 14 gennaio 2007, Una penna intinta nel veleno

Sta tutto racchiuso nell’azzeccato titolo – Eraclito e il muro – il plot narrativo di questo primo romanzo di Cinzia Pierangelini, autrice messinese, già fattasi notare con la raccolta di racconti Dall’ultimo leggìo. Il muro è quello del teatro d’un paesino siciliano negli anni Settanta, paradigma d’una coscienza oscura (come il filosofo), che solo attraverso le scritte ciclicamente comparse, danno il polso di quel che realmente accade sotto la patina di perbenismo bigotto. Dal canto suo, il filosofo di Efeso, Eraclito detto l’oscuro, è noto per avere sostenuto che solo il cambiamento e il movimento siano reali mentre è illusoria l’identità delle cose uguali a sé stesse.
Qui si racconta di Matteo Micciché, musicista fallito e critico stroncatore di artisti e musicisti. La sua penna intinta nel veleno del rancore, urta gli interessi del potente di turno mentre insorge la depressione a causa del furto del cappello. Rinchiuso come matto, solo tra gli alienati, ritroverà se stesso e l’amore per la vita. Di questo libro, sul web, ne dicono tutti un gran bene. Scrittura giovanile ma non priva di interesse fanno ben sperare per il futuro di questa promettente autrice. Roberto Mistretta


Almanacco di Stilos, Mantenere o cambiare? Ecco il dilemma

Viene proposta con Eraclito e il muro una commedia degli equivoci dove non mancano facezie: un muro che recita e fa il verso agli eventi cittadini, rivelando nell’anonimato più verità di quanta se ne respira ai tavolini del dirimpettaio bar Rigoletto, vero teatro di ogni azione condotta e diretta da don Tano La Russa, avvocato rampante intento a governare e gestire la vita di chiunque ostacoli la sua ambita, quanto “presunta”, scalata al potere. Matteo Miccichè è una delle sue vittime. E’ un critico che tiranneggia il mondo dello spettacolo con i suoi giudizi, solo parzialmente dettati da rettitudine e professionalità, poiché si insinua il dubbio fosse incrudelito dal suo passato di musicista fallito, invidioso di quell’umanità per essere stato egli stesso offeso e respinto. Colpevole per altro di essere “straniero” e di proporre nei suoi articoli l’eco di una diversa mentalità, di introdurre elementi di riflessione autonoma o di poter per dabbenaggine portare in luce complotti illeciti. Forse per questo temibile, perché non lo si può irregimentare e governare, anzi se si tentasse questa via sarebbe un boomerang. Unica via è annientarlo, renderlo poco credibile, irridere la sua indipendenza. Un’azione condotta senza esclusioni di colpi, che dissemina amarezza e malessere poiché dipinge con maestria un affresco proposto in migliaia di pagine di letteratura siciliana ma non per questo convenzionali, presentato qui con declinazioni efficaci e originali. La rabbia che si sente nel vedere delineato uno spaccato culturale assai noto, quello dei furbi, la passione con cui ci si immedesima nelle vicende umane, produce tensione e sospinge la lettura istillando il desiderio di rivalsa e forse anche di un lieto fine. La capacità di questo romanzo è quello di indicare un’uscita possibile e non banale che irride immagini stereotipate. Non ci sono vincitori e vinti, potenti e sconfitti ma una sceneggiatura ricca e intensa di stati d’animo e caratteri dove si mescolano vizi e virtù, baldanza e debolezze, durezza e sensibilità, ma dove rimane immutata a fare da scenario la lotta fra volontà di permanenza e potenzialità di mutazione. Panta rei è l’espressione che, introducendo la consapevolezza/ineluttabilità del fluire, aleggiando fra i tavoli del bar Rigoletto, permea come musica di sottofondo l’intera rappresentazione, ora desiderio o volontà o timore, e ‘ff’anculo Eraclito è la risposta ironica e farsesca affrescata sul muro per mostrare l’indisponibilità al cambiamento, liquidando amaramente ogni anelito manifestato per sconfiggere il timore del nuovo. E se è vero che la lingua nun havi l’ossa e rumpi l’ossa, come recita ancora il muro nel finale, si può assumere questo detto popolare per indicare il potere della parola che in questo romanzo ha un ruolo catartico ed esemplare nel denunciare scomode verità che non possono non sospingere alla ribellione… o magari ad una semplice e critica presa di distanza. Ornella Fiandaca


mazzucatofrancesca.splinder.com, 5 novembre 2006

Proprio una bella sorpresa questo libro. L'ambientazione nella Sicilia degli anni Settanta è raccontata con uno stile che sorprende per originalità e armonia. È godibile, ha spessore, tempo e ritmi, cambia spesso registro e l'autrice decisamente sa scrivere e sa far vivere e palpitare ambienti e persone che restano, a lungo, anche dopo la lettura. Incredibile che sia il primo romanzo, meriterebbe una distribuzione capillare, se non l'avete letto CERCATELO, ORDINATELO. Francesca Mazzucato


blog.radiomontecarlo.net, 22 ottobre 2007

La storia di un critico dello spettacolo, Matteo Micciché, musicista fallito, si intreccia a quella di un paesino siciliano degli anni Settanta. Seguendo le sue vicissitudini ci si addentra in un piccolo, fascinoso mondo di falsità, furbizie e popolana saggezza, passioni, potere e viltà. Ne scaturisce la gustosa rappresentazione di una certa Sicilia, metafora dell'Italia di ieri e di oggi. Pecche e virtù, speranze e disillusioni si mischiano in un caleidoscopio che restituisce, ogni volta, un nuovo fantasioso disegno, a tratti comico, a tratti tragico, a tratti poetico.
La Sicilia è la terra di questa giovane autrice che dosa con maestria ogni frase, realizzando un affresco impareggiabile. Luisella Berrino


arteinsieme.net, 23 settembre 2006

Già conosciuta in campo letterario (sua l’ottima raccolta di racconti Dall’ultimo leggio), Cinzia Pierangelini fa il suo esordio nel difficile ramo dei romanzi con Eraclito e il muro ed è una prima di classe, a conferma delle eccellenti qualità dell’autrice.
Ambientato in un tipico paese siciliano, è la storia di un critico musicale votato a stroncare artisti e musicisti del locale teatro lirico. La sua non è solo una vocazione, che trova origine in un carattere chiuso e misogino e nella sua totale inattitudine all’arte, ma è anche una ribellione alle chiuse regole di un mondo dominato dall’ipocrisia e da norme non scritte e misteriose. Quando la sua attività si scontra con gli oscuri interessi del “potente” del luogo, in concomitanza con una depressione insorta per effetto di uno scherzo, viene abilmente rinchiuso in una clinica per malati mentali dove, di fronte al comportamento fuori dalle regole degli altri ricoverati, ritrova il piacere di vivere e anche l’amore che, per motivi del tutto abietti, viene stroncato. Dimesso, perché apparentemente guarito, cercherà una plateale vendetta, che solo in parte si realizzerà, e finirà i suoi giorni in carcere. Al pari del principe Salina del Gattopardo, Cinzia Pierangelini riafferma che in questo mondo tutto cambia, pur restando alla fine sempre uguale, e chi è disposto a contrastarne le regole finirà per essere rinchiuso in una solitudine senza speranza, come il grande filosofo greco Eraclito.
E il muro del titolo? È quello del teatro, dove ignoti si divertono ad annotare maldicenze, di tanto in tanto ricoperte da una mano di bianco, prontamente e nuovamente imbrattato, a riprova dell’immutabilità della vita.
Scritto in modo scorrevole, accattivante, con la tensione di un thriller, anche se non lo è, è un libro che si legge tutto d’un fiato, pur se più di una volta è opportuno e salutare soffermarsi su certe riflessioni, come la chicca filosofica del consueto ritardo del treno da Palermo.
Lo stile è quello solito e piacevole dell’autrice, in questo testo ancor più perfezionato, con descrizioni mirabili del paese, quasi dei quadri di armonia figurativa. Interessante poi è l’inserimento di modi di dire e antichi proverbi in dialetto siciliano, utilizzati soprattutto come incisi, con il preciso scopo di rafforzare il concetto senza sovrabbondare.
Inutile che dica che ne consiglio vivamente la lettura. Renzo Montagnoli


operanarrativa.com

Un libro che tratteggia con ironia e precisione un’Italia molto particolare, con personaggi che bucano le pagine e escono per appropriarsi di una vita che sembra reale e non di carta. La Sicilia come non l’avevo mai letta, attraverso le parole magiche di una scrittrice che dosa con eccezionale maestria ogni frase, realizzando un affresco impareggiabile. Per chi ama il genere, assolutamente da leggere. Andrea Franco


paroledisicilia.it, 18 settembre 2006

In un paese siciliano senza nome, Matteo Micciché, critico musicale misantropo e astioso, recensisce per il Gazzettino gli spettacoli lirici del locale teatro. I suoi articoli gli attirano l'antipatia dei musicisti e degli artisti, ma anche quella di alcuni personaggi le cui attività, per motivi non del tutto chiari, ruotano attorno al teatro medesimo.
Micciché è incapace di indulgenza, le sue recensioni sono una dura e costante reprimenda del pressappochismo e dell'incapacità con i quali vengono rappresentati gli spettacoli, ma anche un modo di opporsi al mondo che lo circonda, che lui rifiuta e dal quale è rifiutato. Per una questione di cappelli la triste routine della vita di Micciché ha una svolta. Ignoti trafugano il suo panama. Micciché associa l'episodio a un altro, verificatosi tempo prima: aveva dimenticato il panama sulla poltrona di un cinema. La maschera, solerte, glielo fa notare, ma anziché il panama, gli restituisce una coppola. Le strane vicende che coinvolgono i suoi cappelli sono la classica goccia che fa traboccare il vaso colmo di idiosincrasie e disagio che la mente di Micciché rappresenta. Convinto di trovarsi al centro di un complotto ordito dai suoi numerosi nemici, il critico si chiude in casa, manifestando, chiari, i sintomi della malattia mentale. Viene richiuso in clinica, dove troverà l\'amore, ma un amore imperfetto, che sarà, in ultima analisi, la vera causa del suo declino definitivo e del precipitare degli eventi che coinvolge gli altri personaggi del romanzo.
Come il filosofo greco citato nel titolo, anche Matteo Miccichè vive nell'isolamento e scaglia sdegnate invettive contro ciò che considera un establishment gretto e pasticcione. E, come Eraclito, anche Miccichè costruirà con le proprie mani un destino di solitudine e sofferenza. Eraclito e il muro, però, è essenzialmente un libro divertente, frutto dell\'onesto desiderio di raccontare storie, un libro che si legge d'un fiato.
Cinzia Pierangelini lo popola di personaggi tragicomici, bozzetti, figure che se potessero migrare in un fumetto dovrebbero essere disegnate da Horacio Altuna. Chiaramente archetipi, ma funzionali a una storia dove conta non tanto l'invenzione spiazzante, quanto il piacere del "cunto", dell'affabulazione pura. E del "cunto" questo libro ha molto, a cominciare dagli ampi e frequenti inserti in siciliano - mai in corsivo, a significare che non si tratta di note di colore, bensì della lingua propria della narratrice.
Il romanzo è anche una storia piena di richiami letterari. Il critico Micciché viene rinchiuso in clinica, ne esce e si vendica dei suoi nemici, così come Edmond Dantès, fuggito dal castello d'If, si vendica dei suoi. Il rapporto conflittuale che, per il tramite delle fobie di Micciché, si crea tra i panama perduti e le coppole che gli vengono fatte trovare in sostituzione, evoca il racconto Libertà, di Verga, nel quale i popolani davano la caccia ai signori chiamandoli "cappelli". Infine, il muro. È il muro del regio teatro della città, al quale vengono affissi i cartelloni della stagione lirica, e sul quale pennelli maneggiati da mani sconosciute riepilogano, con frasi stringate e pungenti, le vicende paesane. A un certo punto sarà tinteggiato di bianco dall'amministrazione comunale. Le vecchie scritte soccomberanno alla spinta normalizzatrice del potere, anche se è un potere piccolo, locale e alla buona. Nuove scritte, ancora più evidenti, le rimpiazzeranno. Mauro Mirci


squilibri.splinder.com, 27 novembre 2006, A tutto volume

Lo so. Ho rubato il titolo di questo post ad un vecchio programma televisivo in cui si parlava di libri, ma me ne sono resa conto solo dopo. In realtà pensavo al libro di Cinzia Pierangelini, da poco letto con viva soddisfazione e tutto d’un fiato, cercando invano di attribuire un ordine alle cose che mi hanno colpito di più. Chi l’ha già letto, capirà. A tutti gli altri posso tentare di chiedere di credermi sulla fiducia.
Per la cronaca – non volendo ripetere fatti e particolari riguardanti la trama, già abbondantemente reperibili altrove – dirò solo che le pagine intrecciano storie, personaggi e luoghi comuni in un paesino siciliano degli anni Settanta (in realtà fuori e al di sopra di ogni tempo). Avevo da un lato un titolo spiazzante, che sin dalle prime pagine non sai se conti più il muro o il filosofo. Eraclito è lui, Matteo Micciché, forestiero nel fisico slavato e fragile ma fin troppo siciliano nel nome, carattere difficile e snobismo capace di fargli il deserto intorno costringendolo a vivere “ai limiti della socialità” usando una penna “affilata come una scimitarra”, critico musicale temuto e odiato da ogni artista costretto a esibirsi, anche in sua assenza, nel locale teatro. Da qui al muro solo pochi passi, “solo un muro” ma dotato di una voce capace di farsi largo tra le coscienze e le cattive abitudini. Il muro è un testimone inconsapevole, fidato, democratico, lo specchio di una comunità che trama nell’ombra e gode alla luce del sole i benefici effetti dei suoi sotterfugi, il termometro di ogni furbizia e viltà. Ci si scrive su, per consuetudine radicata, come fosse un’enorme e inesauribile pagina (periodicamente reimbiancata e svuotata delle sue storie imbarazzanti). E come ogni pagina – quando bianca – capace di generare panico e sconforto in attesa di un segno che diventi racconto.
Confesso che ho riso molto, che in più luoghi e circostanze i personaggi, il sapore delle golosità piluccate tra una chiacchiera e una strategia, il fruscio dei loro abiti e dei loro gesti asserviti al copione, sono usciti dalle pagine e si sono impadroniti dello spazio intorno, facendone una smisurata passerella di caratterizzazioni, tipi e parlate. Dopo la voce del muro quella degli uomini, da leggere a voce alta perché la musicalità del gergo e di certe piccole saggezze popolari è capace di disegnare mimica, distorsioni e struggimenti degli acrobati sempre sull’orlo di una crisi di pianto.
Come tradizione vuole, Eraclito resta vittima dei suoi stessi piani, andando letteralmente a cercare la zappa da darsi sui piedi senza via di scampo. Che tutto cambi perché – in realtà – nulla cambi. Perché Eraclito è soprattutto morale della favola al di sopra dei personaggi e in quel continuo divenire che muta le forme e tuttavia non intacca la sostanza; è il forestiero prossimo venturo da guardare con sospetto, ma anche il principio su cui poggia il mondo da contrastare con ogni mezzo, se non fosse che è proprio il contrasto a determinare il mutamento. È – infine – il fuoco destabilizzante delle passioni che generano le cose, di ogni falsità, potere e viltà in cui tutti resteranno invischiati pagando prezzi diversi: mi sarebbe piaciuto che personaggi come Delia o padre Alfio non uscissero di scena in modo così impietoso, ma capisco che l’economia della storia ha le sue regole e l’amore, così come un improvviso risveglio della coscienza, non sono voci previste dall’impeto di quel fiume che travolge ogni cosa si trovi sul suo passaggio, portandolo con sé.
Qualcuno dice che Cinzia ha realizzato un grande e complesso affresco, ma questo continuo ritorno al senso dell’udito mi induce a credere che – piuttosto – abbia scritto musica su uno smisurato pentagramma. In questa storia bisogna tendere le orecchie, ascoltare la voce del muro, seguire i discorsi al tavolino del centralissimo caffé, non perdere il filo dei bisbigli nelle retrovie delle confessioni e negli avamposti delle confidenze, recepire il silenzio di colpe inconfessabili. Ed essere pronti a calarsi altrove a passo di valzer, quando la storia prende una piega inattesa e promette possibilità che verranno tradite, e soprattutto amare l’infelice destino della Tosca che uccide la speranza di un epilogo meno tragicomico.
La musica corre tra le pagine, nel racconto come fosse uno spartito, accompagna gesti e parole scrive i destini, e a me viene in mente una poesia del solito Borges e immagino l’orrore – e il ghigno – di Micciché (mentre il Fortissimo finale soffoca la sua sconfitta) nel ravvisare su quel muro il suo volto. Stefania Mola


giovannibuzi.net, 26 gennaio 2007

Formicolio. Questa è la prima impressione che ho avuto, chiudendo – a malincuore – questo libro della Pierangelini. Un formicolio d'esseri, pensieri, desideri, incoffesati o meno, rimpianti, gesti, sguardi, parole, voci... Soprattutto, un formicolio di parole, che, guidate da quell'energia cara a Eraclito - sempre in movimento, in eterna metamorfosi - sanno intercettare sentimenti precisi e profondi, pur nel generale kaos del cosmo.
E, come in una partizione musicale, dove ogni nota ha il suo posto, in questo scritto, ogni parola è là per punteggiare, lasciare una traccia visibile, nel tentativo di catturare il segno. Quel segno che possa definire con precisione un gesto, un'espressione, un'idea, un solo palpito d'un essere umano. Tra gli infiniti segni di cui la vita è formata. Per questo, forse, come si legge da mano anonima su un muro: "L'unica recita banale è la vita". Verissimo, se si guarda la realtà dal punto di vista artistico, vale a dire, con quello slancio, con quella immane volontà di voler vedere chiaro nelle vicende e nell'animo umano, e, con sensibilità, caparbietà, a essi voler dare forma.
Tentativo riuscito, a parer mio, in questo libro fresco, che si legge, come si gusterebbe una granita al caffè con panna, tanta panna, e, tutt'in cima, qualche lacrima di cioccolato. Perché, come nella granita, gli elementi, pur sapientemente accostati da un essere umano, a esso sfuggono. Come penso dovrebbero sfuggire a ogni pur abile mano di scrittore i personaggi, che, se veri, devono avere già vita e volontà proprie. Personaggi che, come nella nota saletta d'attesa pirandelliana, sono solo in cerca d'un autore che a essi dia carne di carta e sangue d'inchiostro.
Leggendo questo libro, pagina dopo pagina, mi sono dimenticato chi l'avesse scritto, chi l'avesse edito, stampato... non più carta e inchiostro avevo tra le mani, ma la vita. E i personaggi non erano più tali, ma esseri veri, a tutto tondo, veri di carne e sangue. Cosa chiedere di più alla letteratura, all'arte? Forse, una sola cosa: che non termini mai, che possa essere, ancora e sempre, quella magica partitura su cui – come note – le parole cessano d'essere segni e, finalmente, si fanno Armonia. Giovanni Buzi


lettera.com, 28 agosto 2007

In questo romanzo ci sono diversi personaggi, tutti descritti con attenzione seppure con poche e azzeccate pennellate. Tra tutti, c'è il confronto tra Micciché, il critico pieno di rancore verso il mondo, e don Tano, l'avvocato/burattinaio che muove con maestria gli abitanti del paese. Tra i due avversari, sopra vizi e virtù di veri esseri umani, reali, spicca, anch'esso reale, il muro di un teatro. Il muro del Rigoletto, di fronte al bar preferito da Tano e Matteo, funge da strumento di comunicazione collettiva per ogni abitante, ora ammonitore, ora ambasciatore. Nella narrazione compaiono spesso degli incisi, facilmente comprensibili anche a chi non conosce il dialetto siciliano, che contribuiscono a rafforzare l'atmosfera della storia, ricordando a volte, e non è una nota negativa, i tratti del miglior Camilleri. Poi c'è il pensiero di Eraclito, che pervade l'aria del paesino dove, nonostante i cambiamenti, ogni cosa è condannata a rimanere, in realtà, uguale a se stessa. In Eraclito e il muro c'è anche una suspence, che lo fa assomigliare a un thriller, ma questo libro non è un thriller, è particolare, diverso, soprattutto è una storia scritta bene, divertente, da leggere. Luigi Brasili
 




gem








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